PhotographyDiario di bordo: di cosa è successo è nel frattempo
Stefania Polonia

Diario di bordo: di cosa è successo è nel frattempo

Negli ultimi due anni non sono più brava ad abitare i luoghi online. Credo che il problema principale risieda nel sentirmi in dovere di essere presente, di dover dare spiegazioni, di chiedere scusa (ma perché?) quando la cosa migliore da fare sarebbe non annunciare nulla e semplicemente esserci, con i miei tempi.

Quindi torno, con i miei tempi, raccontandovi una parte di ciò che sono stati questi mesi di silenzio. Di solito questo tipo di scritti li ho sempre pubblicati nelle mie newsletter (che ora sono in stand-by) ma mi sento pronta a condividere tutto con un pubblico più ampio.

La maggior parte della mia esperienza in Polonia l’ho vissuta con una grande fragilità emotiva. I tanti cambiamenti che ho compiuto mi hanno portato a vivere in una modalità di perenne sopraffazione e ho impiegato più di sei mesi per tornare ad una nuova normalità.  In questo vortice di emozioni facevo fatica a condividere i miei pensieri, a perseguire impegni, a fare qualsiasi cosa in modo continuativo. La mia attenzione era concentrata sul qui e ora, sulle persone che conoscevo, su quello che pensavano di me e sul restare tutta intera.

Mi sono scontrata con i miei difetti, i miei limiti, gli innumerevoli schemi in cui mi rifugio per non affrontare quello che stava succedendo dentro di me. Mi sono sentita persa, divisa in milioni di piccoli pezzetti e sola ma allo stesso tempo ho provato una serenità che non ricordavo da tempo immemore, ho vissuto esperienze uniche ed indimenticabili, visitato luoghi che fino all’anno scorso sognavo e basta, conosciuto persone che hanno migliorato la mia vita e arricchita. Era come stare in un’enorme altalena, ma al sedile del passeggero c’erano le mie emozioni.

Le emozioni più complesse che ho gestito hanno quasi sempre riguardato le relazioni con gli altri. Fin dall’inizio mi sono posta in una posizione di apertura, ascolto, osservazione, conoscenza di tutte le persone con cui ho interagito. Il mio è sempre stato un interesse genuino ma mi sono accorta di essermi focalizzata più su quello che pensavano e si aspettavano da me rispetto all’essere me stessa in modo autentico. Il risultato è stato che spesso ho provato tanta frustrazione nel non capire chi avevo davanti quando invece sarebbe stato preferibile non forzare, accettare la diversità e concentrare le mie attenzioni sul perché ci tenessi così tanto, perché erano così importanti gli altri in un momento in cui dovevo focalizzarmi su me stessa

Credo che il motivo abbia a che fare con il fatto che dopo quattordici anni in una relazione avessi bisogno di sentirmi valida, accettata e in qualche maniera, amata. I miei per lo più sono stati tentativi goffi. Ero entusiasta di conoscere nuove persone ma allo stesso tempo ho realizzato che io di relazioni non ne sapevo assolutamente nulla. Ho avuto per tantissimi anni della mia vita la fortuna di non dovermi occupare di queste dinamiche e una volta abbandonato il porto sicuro mi sono ritrovata in un mondo totalmente nuovo e sconosciuto. Inoltre allo stesso tempo ho posto inconsciamente molta resistenza nel trascorrere del tempo in solitaria. Per sei mesi non ho fatto altro che circondarmi di qualcuno in tutti i momenti della giornata. Ad agosto ero talmente stanca dei ritmi che stavo vivendo che il mio corpo ha cominciato letteralmente a cedere e da quel momento, complice anche il fatto che diversi volontari che avevo conosciuto (in particolare uno a dir la verità) hanno finito il loro percorso qui in Polonia, ho iniziato a rallentare. Ho cominciato a prendermi giorno dopo giorno un po’ di tempo per me, per continuare ad elaborare i cambiamenti che ho vissuto in un solo anno e a oggi, dopo quasi mese e mezzo dopo, sto trascorrendo del tempo da sola, lavorando ai miei progetti, dedicando il giusto tempo alle persone con cui ho legato senza forzare nessun tipo di rapporto e dormendo più ore di notte. Sto provando a praticare la teoria del lasciare andare, togliendomi dalle spalle ulteriori inutili bagagli che mi porto dietro ma onestamente parlando: che fatica.

Non credo di essere ancora arrivata in un equilibrio ottimale e spesso una folla incontrollata di pensieri, la nostalgia e la malinconia mi rendono il percorso particolarmente complicato ma sono abbastanza cocciuta da voler continuare in questa direzione.

Insomma nei primi sei mesi di questa esperienza ho avuto tanta fretta, di vivere esperienze, di conoscere persone, di non perdermi ogni singolo secondo che avrei potuto sfruttare. Avevo fretta anche perché avevo paura che quella serenità, quella felicità, tutte quelle possibilità di vivere qualcosa di diverso sarebbero improvvisamente svanite e avrei dovuto affrontare qualcosa di brutto. 

È una paura ancora presente, più viva che mai e che mi accompagna dal 2020,  quando ho passato sei mesi più in ospedali che a casa.

Nonostante sia cosciente del fatto che la vita non è una bilancia vivente e non tutta la felicità o l’infelicità del mondo segue la sua controparte in un circolo continuo, faccio fatica a non pensare che tutte le emozioni positive che sto vivendo abbiano un prezzo da pagare. 

Ma di emozioni positive ne ho vissute e ne sto vivendo tantissime, eccone alcune:

Gratitudine per l’aiuto, il confronto, i consigli, le discussioni che ho avuto con le persone che sto conoscendo.

Gratitudine per aver avuto la possibilità di viaggiare tanto.

Serenità, nel non dovermi preoccupare di avere un tetto sulla testa, del cibo, dei soldi per vivere e della salute, nonostante i momenti no che ci sono stati.

Felicità nel vivere ogni nuova esperienza, nel condividere un percorso con tante persone, nell’aiutare.

Consapevolezza (che so non essere un’emozione ma fatemela passare) nel comprendere il mio valore e i miei punti di forza, nel capire i miei limiti e sbagli e provare a porre rimedio.

Soddisfazione nell’aver preso la giusta decisione, di essere qui e aver superato le numerosissime paure di cui mi circondavo e vivevo prima di partire.

Come potete aver probabilmente intuito, la mia esperienza di volontariato è stata ed è emotivamente complessa.

Ero inizialmente titubante nel condividere questa pagina di diario.

La mia imperfezione, difficoltà e debolezze sono talmente evidenti in queste righe che vorrei evitare passasse un messaggio negativo, in realtà quello che sto vivendo è assolutamente umano e ricco di bellezza, per ogni momento difficile ne sono seguiti due felici e viceversa. Considero questo periodo uno dei più belli e sopratutto più coerenti in accordo con quella che per troppo tempo non ho avuto il coraggio di mostrare: me stessa. Inoltre ho ancora di fronte quattro mesi che non vedo l’ora di vivere e scoprire dove mi porteranno e come mi cambieranno, non posso che essere contenta di essere qui, non posso che consigliare a chiunque di intraprendere un percorso del genere, a qualsiasi età.

L’età è stata un altro tema che ho sviscerato, consumato e discusso più e più volte. Sono cosciente del fatto che esperienze come queste nella società moderna vengono intraprese in un’età media di 23 anni e che a 30 anni ci si aspetta di affrontare altre situazioni. Prima di partire mi sono sentita dire “Stefania è tardi, vorresti fare quello che avresti dovuto vivere dieci anni fa”, durante questi mesi ho discusso con diverse persone che mi hanno dato ottimi spunti di riflessione fino a quando in altri momenti hanno definito “troppo tardi” il vivere esperienze simili dopo una certa età (e ovviamente la mia era in quel troppo, manco si rendevano conto che avevano un esempio della fattibilità davanti a loro). 

Quando ho capito che dovevo smettere di chiedere ad altri ed altre una validazione di quella che erano le mie scelte ho anche capito che non me ne frega assolutamente nulla di quello che la società si aspetta da me. Non me ne frega assolutamente nulla di come dovrei vivere secondo qualcuno, non mi sento in colpa a non avere una casa, un lavoro e una famiglia perché so, ho vissuto per anni cosa voglia dire seguire un percorso prestabilito e mi sono spenta e ammalata. La libertà e la serenità interiore sono per me molto più importanti di una serie di comportamenti stereotipati.

Ecco anche perché la mia presenza online non segue più le regole degli algoritmi di turno, perché non mi interessa più nascondere alcuni pensieri privati in un luogo e preferisco invece fargli vedere la luce e liberarli. La vita è complessa, lo sappiamo tutte e tutti, non me la sento più di passare ore del mio tempo a scrollare un feed, a contare likes, a mandare messaggi, a compiacere persone, a rimanerci male, a provare a cambiarle e ancor meno ad aspettarle. Ho imparato che spesso si confonde l’egoismo per l’amore per se stessi e se stesse e che per troppo tempo ho evitato entrambi per non ricadere nel primo ma ho anche imparato che a perderci sono sempre stata io. Quindi dopo averci sbattuto il muso più volte (e probabilmente continuerò a farlo perché il cambiamento non è un percorso lineare) posso anche dirvi che d’amore per se stessi e se stesse non si muore, praticatelo di più e non abbiate timore di essere chi volete, vi sentirete benissimo dopo. 

 

Grazie per aver letto.

Smetto di fare promesse ma nei miei pensieri vorrei che questa pagina di diario venisse seguita da un post dedicata solo ai viaggi, uno riguardante il volontariato e uno dedicato a Gdynia. Spero di riuscirci ma ancor prima spero di avervi fatto buona compagnia, fatemi sapere se vi è piaciuto, potrei continuare a scrivere post di questo tipo.

4 Comments

  • Grazie Stefy 😘 è stato bellissimo leggere il tuo diario…

  • Grazie Stefania, è stato bellissimo leggerti. Per certi versi ti capisco mi ritrovo nel tuo racconto. Credo che esternare questi pensieri sia molto catartico, per te e per chi vive stati d’animo simili. Un abbraccio

  • L’ho adorato. Sei tanto più consapevole di te stessa e di chi sei. Dicono che la malattia (qualunque sia) è una benedizione che arriva nella vita perché ti fa reagire a qualcosa che lentamente ti avrebbe logorato dentro. Un abbraccio <3

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